infanzia e benessere

 

A prima vista potrebbe apparire un insegnamento da manuale o un suggerimento teorico da “addetti ai lavori”, molto lontano dalla quotidianità e dai contesti d’azione di genitori e caregivers (chi si prende cura quotidianamente) dei nostri piccoli.

Tuttavia, educare il bambino allo star bene, al prendersi cura di sé, anche del proprio benessere emotivo dovrebbe e, a mio avviso, potrebbe certamente entrare a far parte delle consuete pratiche educative della famiglia e della scuola, proprio come lo è imparare a leggere , a scrivere, a rispettare le regole sociali, a prendersi cura della propria persona a livello fisico, e così via.La stessa cura, che ogni genitore o altro adulto attento e premuroso, mette nell’occuparsi della salute fisica di un minore, dovrebbe essere bilanciata da un’attenzione altrettanto costante alla salute psicologica ed emotiva del piccolo, aspetto che non riguarda solo i cosiddetti bimbi etichettati come “problematici”, ma che interessa tutti i bambini ed anche tutti noi adulti.

Come fare ?

Cominciamo dall’educazione emotiva : nell’interazione con i piccoli, in qualsiasi contesto ci troviamo, possiamo utilizzare un linguaggio che faccia riferimento anche ai sentimenti e alle emozioni che nelle ordinarie situazioni di vita ci troviamo a provare, o che riconosciamo nell’espressione del bambino. “Come ti senti?”potrebbe diventare una domanda d’uso quotidiano nello scambio comunicativo con bambini che già comunicano verbalmente; oppure nel nostro parlato di adulti di riferimento, potremmo usare dei termini che esprimono dei vissuti psicologici, nulla di astruso, semplicemente dire: “ho paura”, mi sento triste”, come sono felice oggi”, “ho pensato che..”,”sono preoccupato di”, “mi sembri molto arrabbiato”, ecc. A queste frasi dare di volta in volta delle spiegazioni sul significato del nostro sentimento: “la mamma è arrabbiata..perchè ..”, “ho una faccia triste..e mi sento triste..perchè”, e così via. Rendere abituale l’utilizzo di termini psicologici, di parole che fanno riferimento al vissuto interiore può aiutare il bambino a parlare con spontaneità e naturalezza dei propri vissuti. Per quanto riguarda i bambini non ancora verbali,quindi anche neonati il linguaggio che la mamma utilizza nel relazionarsi al piccolo, così come il significato che i genitori attribuiscono all’espressione delle emozioni fondamentali nel bambino (pianto di dolore, urla di rabbia, ecc.), giocano un ruolo importante nell’attribuzione che il bambino stesso crescendo elaborerà rispetto ai vissuti emotivi.

Alcune ricerche ( Pannab,1980) mettono in luce come i genitori tendono ad attribuire emozioni ai figli, molto prima che questi siano in grado di esperire realmente tali emozioni. La funzione di tale attribuzione precoce è di aiutare il bambino nell’interpretare i propri stati emozionali sia attraverso il lessico che per mezzo dei comportamenti messi in atto. Anche se non ci sono prove sufficienti che indichino quando il bambino cominci ad imparare tali regole di espressione, tuttavia l’osservazione di madri e figli in interazione ci suggerisce che molta parte del processo di socializzazione di queste regole avvenga proprio nell’interazione precoce, già alla fine del primo anno di vita. (Brooks- Gunn,1982).

Il comportamento sociale degli adulti dà un significato alle differenze biologiche delle espressioni emotive; il significato di un comportamento,quindi, è in relazione alle esperienze di ogni cultura che fa si, ad es., che si riscontrino notevoli differenze emozionali fra i sessi, sebbene non sia possibile stabilire il grado in cui queste differenze siano dovute a fattori biologici o alla socializzazione. Dallo studio di Brooks-Gunn emerge una notevole differenziazione nelle risposte materne ai comportamenti infantili: le madri, ad es., risultano essere molto più tolleranti verso il pianto delle femmine piuttosto che dei maschi, rispondendo con tale atteggiamento ai canoni di mascolinità e femminilità culturalmente dati.

Le madri incoraggiano comportamenti espressivi di rabbia più nei maschi che nelle femmine, sia nei neonati che nei bambini più grandi.; inoltre parlano più spesso di emozioni positive con le figlie femmine sin dall’età prescolare, da qui la maggiore capacità delle femmine di utilizzare un lessico psicologico relativo ad emozioni positive.

Sarebbe auspicabile che i genitori trasferissero ai piccoli un’interpretazione positiva rispetto all’ espressione delle emozioni, siano esse emozioni di gioia, sorpresa, amore, siano esse espressioni di rabbia, tristezza, veicolando così il messaggio che le emozioni in toto appartengono all’essere umano, possono essere esperite da piccoli e adulti,e che non ci sono emozioni positive o negative, ci sono semplicemente emozioni che possono essere regolate o manifestate in maniera più o meno accettabile secondo le regole sociali, ma che non vanno inibite o soffocate.

In questo modo ritengo sia possibile, togliere dal cammino evolutivo dei nostri bambini degli ostacoli al loro benessere e alla loro salute psicologica, donando loro da subito una base buona di consapevolezza e riconoscimento dei propri stati emotivi, e di se stessi, ed uno strumento per prendersi cura di sé pienamente.

 

Dott.ssa Manuela Lippolis